A 40 anni dalla morte di Altiero Spinelli, il 23 maggio 1986, ha senso riflettere sulla sua eredità e attualità politica, come fa il convegno – promosso dal Movimento Federalista Europeo e dal Movimento Europeo, insieme a Istituto Affari Internazionali, Associazione culturale Il Mulino, Istituto di Studi Federalisti Altiero Spinelli, Johns Hopkins University, Gioventù Federalista Europea, Unione Europea dei Federalisti, European Movement International, Gruppo Spinelli – che si terrà il pomeriggio del 21 maggio alla sala della Regina della Camera dei Deputati e la giornata del 22 maggio alla sala Giulio Cesare del Palazzo Senatorio in Campidoglio. 

Altiero Spinelli ha influenzato enormemente la politica europea, e in particolare la politica europeadell’Italia per vari decenni, favorendo un’ampia convergenza tra le forze politiche di ogni colore. Ha iniziato collaborando con le forze europeiste laiche e la DC di De Gasperi, ma poi è riuscito a portare all’europeismo prima il PSI di Nenni, poi il PCI di Berlinguer, e infine il MSI di Giorgio Almirante che sostenne convintamente il Progetto Spinelli al Parlamento Europeo nel 1984, ritenendo che tra USA e URSS l’unica possibilità di essere davvero sovrani e indipendenti fosse come europei.

Spinelli ha incarnato meglio di chiunque altro l’idea di “federalismo pragmatico”. Ha tenuto sempre fermo l’obiettivo, cambiando strategia sulla base della realtà del processo per cogliere le finestre di opportunità che si aprivano. Ha sempre cercato vie nuove per giungere alla condivisione di sovranità a livello federale. È partito dalla proposta di un’assemblea costituente, e ha ottenutol’Assemblea ad hoc, composta di parlamentari nazionali degli Stati membri che avevano firmato il Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED), e chiamata a redigere un Trattato-Costituzione per la Comunità Politica Europea – anche se poi tutto crollò con la mancata ratifica della CED da parte della Francia. Rilanciò la mobilitazione dei cittadini europei con il Congresso del Popolo Europeo, ispirato all’esperienza del Congresso di Ghandi in India. Da Commissario promosse le prime politiche europee per l’industria, l’ambiente e l’energia. Si battè per l’elezione diretta del Parlamento europeo, e dopo che gli Stati membri non ratificarono il Progetto di Trattato approvato dal Parlamento Europeo sotto la guida di Spinelli, lanciò il referendum per il mandato costituente al Parlamento europeo, che poi raccolse l’88% di Sì in Italia nel 1989. L’essenziale per Spinelli era un metodo democratico e il rispetto dei valori fondamentali.

Spinelli ha sempre cercato di rilanciare l’azione federalista a partire dai risultati della precedente. E ha sempre criticato come insufficiente ogni passo in avanti fatto, ma non ha mai chiesto di non compierlo o di non ratificarlo. Ed è anche grazie alle sue battaglie politiche che l’UE è già una polity sovranazionale con un forte carattere federale. Già vige la prevalenza e diretta applicabilità del diritto dell’UE – punto centrale per i Federalist Papers. La struttura istituzionale è sostanzialmente federale, con un legislativo bicamerale (Parlamento e Consiglio dell’UE), un esecutivo responsabile con diverse modalità verso il Parlamento e gli Stati membri riuniti nel Consiglio Europeo, una Corte di Giustizia e una Banca Centrale Europea. Il problema è che questo assetto istituzionale ed equilibrio di poteri vale per la moneta, le competenze esclusive, e alcune concorrenti; mentre le competenze essenziali rispetto alle crisi di oggi sono soggette a procedure decisionali speciali che richiedono l’unanimità.

Oggi siamo tutti come Spinelli a Ventotene, nel senso che siamo testimoni del crollo dell’ordine mondiale e dobbiamo pensarne uno nuovo e diverso. Come fece il Manifesto per un’Europa liberae unita, noto come Manifesto di Ventotene, nel 1941, nel mezzo della seconda guerra mondiale, denunciando la crisi della civiltà moderna e il rischio mortale che essa correva a causa della sovranità nazionale assoluta. Nel 2026 è ancora così! Come ha spiegato anche il grande storico delle civiltà, Toynbee, gli europei sono come gli abitanti delle polis greche di fronte all’impero romano, e quelli degli staterelli del Rinascimento italiano di fronte ai primi Stati moderni europei. Hanno una scelta semplice: unirsi o perire. Due grandi civiltà europee, l’ellenica e il Rinascimento sono morte, perché i loro cittadini non si sentivano greci o italiani, ma solo ateniesi e spartani, fiorentini e veneziani. In sostanza la sovranità nazionale significa la fine della civiltà europea moderna, così come quella delle polis ha condannato la civiltà ellenica, e quella degli staterelli italiani ha condannato l’Italia a terra di conquista per secoli.

Il crollo dell’ordine mondiale e il vuoto di potere europeo, portano ad avere guerre tutto intorno all’Unione Europea, dall’Ucraina al Medio Oriente – con costi umani ed economici enormi – senza che gli Stati membri o l’Unione svolgano un ruolo attivo per costruire la pace e un nuovo ordine mondiale. In un mondo in cui c’è chi dice America first, Russia first, China first, India first, abbiamo bisogno di un’Europa che dica pace first, stato di diritto first, democrazia first, sviluppo first, contrasto ai cambiamenti climatici first, diritti umani first, e che su questi valori agisca per un nuovo ordine mondiale più giusto e pacifico.

Spesso si attacca l’Unione Europea dicendo che è un gigante economico, un nano politico e un verme militare. Ma in realtà ciò significa che l’Unione è forte e gli Stati membri deboli. Perché dove hanno accettato di condividere almeno in parte la sovranità, nell’economia, l’Europa è ancora uno dei maggiori poli economici mondiali con USA e Cina, e presto l’India. Dove la sovranità è rimasta nazionale, su politica estera e difesa siamo nani e vermi! E perciò incapaci di contribuire alla pace. Spettatori impotenti delle guerre, ma colpevoli, perché potenzialmente in grado di incidere se uniti.

Il liberum veto è stato la causa della scomparsa della Polonia come Stato, spartita tre volte tra Russia, Prussia e Impero asburgico. Lo stesso può succedere all’Europa, stretta nella morsa di Russia, Cina e USA. “Siamo soli insieme” nell’efficace sintesi di Draghi. La presidenza Trump costituisce una spinta e una finestra di opportunità per condividere la sovranità su politica estera e difesa, energia e fiscalità, che non può essere persa. Il costo della sovranità nazionale in questi campi è talmente alto che senza superarla siamo spacciati.

I 27 Stati membri insieme hanno la seconda spesa militare mondiale, spendono il 30% degli USA, con una capacità del 10%. Cioè 2/3 della nostra spesa per la difesa non produce nulla in termini di sicurezza. Perché abbiamo 27 inutili difese nazionali, invece di una difesa europea. La sovranità nazionale sulla difesa ci porterà a dover spendere il 5% del PIL senza avere alcuna capacità di deterrenza.

Paghiamo l’energia il doppio degli USA, il che nel medio periodo porterebbe alla deindustrializzazione dell’Europa. Ma uno studio dello University College di Dublino mostra che con una griglia energetica europea il costo scenderebbe del 32%. E se facessimo gli acquisti in comune probabilmente otterremmo uno sconto del 20%, sfruttando il fatto che una serie di gasdotti arrivano solo in Europa ed essendo il più grande importatore di energia al mondo. Invece la sovranità nazionale sull’energia porta a farci concorrenza tra Italia, Germania, Olanda, ecc.suicidandoci economicamente. Specialmente l’Italia che non ha investito sulle rinnovabili e dipende dal gas, e oggi chiede flessibilità per misure tampone, dopo aver chiesto di rallentare sul Green Deal, mentre chi ha accelerato, come la Spagna – che ha la nostra stessa geografia e clima – ha una quota molto maggiore di rinnovabili e paga l’energia meno di tutti in Europa.

Il Rapporto Letta mostra che non avere un mercato finanziario unico e un titolo di debito pubblico europeo come bene rifugio porta ogni anno 300 miliardi di risparmio europeo ad essere investito negli USA. La sovranità nazionale ci porta a finanziare l’economia di Trump, mentre ci imponedazi e ci tratta da vassalli.

Uno studio della Commissione del 2019 mostrava che armonizzando la tassazione sulle imprese al livello mediano avremmo 250 miliardi di gettito in più all’anno, tutti dalle multinazionali che spostano la residenza fiscale nei nostri “paradisi fiscali” dentro l’UE, come Irlanda, Olanda e Lussemburgo. Una pratica che certo non riguarda le piccole e medie imprese, i commercianti, ecc. La sovranità nazionale sulla fiscalità permette alle grandi multinazionali di non pagare tasse per 250 miliardi l’anno, con cui potremmo finanziare gli investimenti per la transizione ecologica e digitale e la difesa europea, come proposto dal Rapporto Draghi.

Un’Unione con un governo federale avrebbe dunque le risorse per rilanciare lo sviluppo economico e per creare una difesa europea con una capacità di deterrenza sufficiente a permetterci di giocare un ruolo internazionale attivo per la pace e un ordine mondiale basato sul suo stesso principio di condivisione della sovranità e costruzione di istituzioni sovranazionali per garantire pace, cooperazione e sviluppo, com’è accaduto in Europa tra Stati che per secoli si sono fatti la guerra e hanno trascinato con sé tutto il mondo.

Un’Unione federale potrebbe mettere un pezzo della difesa europea permanentemente a disposizione dell’ONU, applicando per la prima volta il Cap. VII della Carta dell’ONU. A condizione di riformare l’ONU, abolendo il diritto di veto, e facendo entrare l’Unione in quanto tale nel Consiglio di sicurezza. Allora anche gli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza sarebbero obbligati a fare altrettanto. E anche il sud America attraverso il Mercosur, l’Africa con l’Unione Africana, l’Asean nel sud-est asiatico rafforzerebbero la loro integrazione e farebbero altrettanto per poter entrare. Avremmo allora un’ONU più forte e capace di garantire la pace.

Nel Fondo Monetario Internazionale e nella Banca Mondiale ci rappresenterebbe l’Unione, che unendo le quote degli Stati membri sarebbe il primo azionista con il 24% e deciderebbe le loro politiche. E potrebbe usare questo ruolo per riformare tali organizzazioni, riducendo le proprie quote al 16%, come gli USA per dare un ruolo maggiore al sud globale, che oggi contesta l’ordine mondiale, perché tagliato fuori dalle maggiori organizzazioni mondiali, come India e Brasile, due grandi democrazie, che però fanno parte dei BRICS con regimi autoritari come Cina e Russia.  

I cittadini europei lo sanno e lo vogliono. L’Eurobarometro e molti sondaggi mostrano che 2/3 degli europei vorrebbero che l’Unione parlasse con una voce sola nel mondo, e avesse una politica estera e di difesa unica. Per arrivarci serve un’iniziativa, a partire dagli Stati disponibili. Anche la moneta unica è partita con 11 Stati, e Schengen con 5.

Il 2027 vedrà elezioni politiche in Francia, Italia, Spagna, Polonia, Grecia, Finlandia, Estonia, Slovacchia e Malta. Formalmente saranno elezioni nazionali, ma in realtà saranno il momento in cui si deciderà il futuro dell’Europa. Se porteranno a governi europeisti nei maggiori Paesi, si potrà creare una finestra di opportunità per un’iniziativa di condivisione della sovranità e di rilancio dell’unità politica europea.

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